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Nervosa, in attesa di sapere che fine hanno fatto le due pacifiste italiane, sento dire dagli Ulema che per l le donne sono sacre, che non pu succedere loro nulla di male.

Ah si,sacre? Certamente, sotto il velo, perch acquistano un valore di mercato, sono oggetti di scambio tra gli uomini, padri, fratelli, futuri mariti. Sono i beni dei maschi musulmani, e la della donna il bene, per lei, di appartenere a colui che la possiede.

Attorno al delle donne si costruita la societ islamica, e la donna il primo bene che un musulmano, padre, fratello, marito possiede, da esporre sul marché riservato ai soli musulmani. Garante di questo mercato il velo, il velo che una donna ha la di portare, ma non la libert di non portarlo.

Non vi sono bastate le islamiche sulla scena mediatica a fare marketing per il velo in tutta Europa: il velo la mia religione, la mia cultura, la mia identit. E il segno del pudore, del rispetto di s, della sottomissione a Dio, un dovere religioso inscritto nel Corano, il simbolo della fede religiosa islamica, la mia libert, la mia apertura agli altri, una mia scelta vi sono bastati gli che evocano il alla differenza la libert culturale, la difesa della societ multiculturale, la libert religiosa, la libert individuale.

Avete detto di tutto. Ora parlate anche di emanicipazione della donna musulmana nella societ islamica,di sacralit femminile.

Le leggi islamiche, voi dite,la proteggono dalla decadenza toccata alla donna occidentale, dal modello di una emancipazione che ha reso, secondo voi, la donna occidentale vittima della pornografia, del mercato pubblicitario, della deviazione omosessuale. Invece, sotto il velo, al riparo degli sguardi maschili e dalla sua essa rispettata, addirittura sacrale, purch la sua libert non vada al di l del tessuto che ha sulla testa.

Questa sarebbe la libert,l della donna?

Di essere maritabile all di 9 anni, di far parte di una poligamia haremica, di essere ripudiata, lapidata, sfregiata, mutilata, sgozzata se trasgredisce le regole giuridico politiche islamiche? La libert di il velo per tutta la vita e solo, esclusivamente, in questa gattabuia, poter sopravvivere?

Il vostro regime obbliga centinaia di milioni di donne nel mondo, a colpi di kalachnikov, a portare il velo, simbolo della loro inferiorit giuridica, sociale, esistenziale, della sottomissione al maschio, della riduzione ad oggetto sessuale.

Un rapporto, redatto in aprile e pubblicato oggi dal d rivela una situazione inquietante e afferma che solo una rivoluzione culturale della societ algerina permetter di porre fine al degrado della condizione femminile.

Violenza domestica e coniugale, stupri, prostituzione forzata, sequestri, sono sempre pi frequenti e aumentano di anno in anno, secondo il rapporto che si basa su statistiche degli ultimi sette anni. Una donna violentata ogni 36 ore minore di 14 anni nel 50% dei casi un neonato al giorno abbandonato in seguito a gravidanza dovuta ad uno stupro, donne picchiate a sangue dal marito, dal padre, dai fratelli, magari solo per aver osato indossare una maglietta appena scollata, come riferisce Sos Femmes en detresse. Non solo nelle classi pi umili: nessun ceto sociale risparmiato da questa piaga.

Le statistiche rivelano appena una parte dell perch la maggior parte delle vittime non ha il coraggio di sporgere denuncia, per paura di rappresaglie in casa. La violenza subita come una fatalit dalle donne,
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divenute nel matrimonio propriet legale del marito, precisa il rapporto. Queste donne vivono nel terrore permanente delle botte, nel timore di perdere i figli, sottoposte ad un ricatto costante. La loro una vera e propria discesa agli inferi, accompagnata da degrado fisico e morale, ma invece di ribellarsi si lasciano fagocitare da un perenne senso di colpa nei confronti del marito e dei figli che traduce secoli di sacrificio e sottomissione.

Le donne algerine, rileva il rapporto, subiscono diversi tipi di violenza. C quella istituzionale dovuta al codice di famiglia che le riduce al rango di minorate, che le obbliga anche ad accettare di condividere il marito con altre mogli che spesso si rivelano vere arpie. Una situazione che potrebbe migliorare se passer in parlamento la riforma del testo del 1984, contestata con veemenza dagli islamisti radicali perch, appunto, fa alcuni timidi passi avanti in favore della condizione femminile. C poi la violenza terrorista esercitata dagli integralisti che ha colpito soprattutto negli anni ma tutt che un ricordo del passato. Infine, la violenza della societ patriarcale che le isola e le sottopone a pressioni.

Occorre correre ai ripari al pi presto, sottolinea il rapporto che raccomanda la creazione di centri d per le donne, e i loro figli, che decidono di fuggire la violenza coniugale. Occorre spiegare alle femmes battues i loro diritti, insegnar loro a farli valere, a reclamare giustizia, aiutarle a ritrovare la fiducia in s stesse, perch non sono le della societ.

Riferimenti: Lager e torture

Dagli anni in prigione al gran rifiuto del riconoscimento (e dei soldi) della Reebok. Grazie tante, ma non ho dimenticato come trattavate i lavoratori e come venivano repressi gli scioperi

Tenetevi il premio. La scelta di Dita

Se non fosse stato per quelle gite nei quartieri operai probabilmente oggi Dita Sari sarebbe un di successo della classe media indonesiana, con l garantito a tutti i costosi gadget occidentali, l in un quartiere bene di Giacarta e una macchina giapponese in garage. Se alla curiosa studentessa di giurisprudenza non fosse stato consigliato di andare a visitare le fatiscenti baraccopoli dove vivono gli operai all per cento donne che fabbricano le Nike o le Reebok, non sarebbe oggi presidente del Fronte nazionale di lotta operaia, sindacato che conta 30 mila iscritti in 14 province, da Giava a Sumatra, da Sulawesi a Bali. Una carriera di leader politica e sindacale cominciata inaspettatamente, quando il collettivo studentesco di cui faceva parte tent i primi, pericolosi esperimenti di democrazia sotto il regime di Suharto. Il passaggio dall dell alla pestilenziale cintura industriale della capitale fu uno shock, come racconta lei stessa, e leg indissolubilmente il destino di Dita a quello delle lavoranti a cottimo che costituiscono, ancora oggi, il motore del indonesiano.

All degli anni Ottanta una gran massa di contadini diseredati si rivers nelle grandi citt indonesiane intorno alle quali erano sorte le fabbriche utilizzate dai grandi marchi dell e delle calzature. Con un salario al limite della sussistenza, senza assistenza medica e lavorando in condizioni di totale insicurezza, i lavoratori delle del sudore come le chiamano gli americani potevano permettersi soltanto una baracca ai margini delle citt. Una forza lavoro alla quale all era vietata per legge qualsiasi forma di organizzazione sindacale. Chi ci ha provato ha fatto una brutta fine. Fece scalpore il caso di Marsinah, una ragazza che lavorava in una fabbrica di orologi e che os protestare per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Stuprata, torturata e poi uccisa dai militari, Marsinah diventata un simbolo ma non la sola. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta molti altri sindacalisti sono spariti nel nulla a Bandung, a Medan, a Giacarta.

A Dita Sari andata decisamente meglio. L luglio del 1996 venne arrestata mentre era alla testa di ventimila lavoratori provenienti da 10 fabbriche della citt industriale di Surabaya. Non era la prima volta che la giovane sindacalista veniva fermata, intimidita e picchiata, solo che questa volta i militari decisero di fare sul serio: dopo un sommario processo venne condannata a cinque anni di prigione per le sue attivit sindacali e per essersi espressa contro l indonesiana di Timor Est durante una visita in Australia, prima indonesiana a tenere una conferenza pubblica con un membro della resistenza timorense.

L della sindacalista scaten immediatamente una campagna internazionale che and allargandosi dall agli States fino in Europa. Indonesiani in esilio manifestarono in Olanda e in Gran Bretagna, consapevoli che Dita avrebbe avuto bisogno di tutto il sostegno possibile per sopravvivere a una polizia politica nota per l sistematico della tortura e per il grilletto facile. Le cose peggiorarono quando, un anno dopo il suo arresto, Dita fu accusata di avere organizzato la rivolta scoppiata nella prigione di Surabaya. Venne spedita nel carcere speciale di Malang, a Est Java, dove venne segregata nell pi totale.

La campagna per la liberazione della sindacalista e di tutti i prigionieri politici portata avanti dai dissidenti indonesiani acquis nuova forza nel con la caduta di Suharto. Nel succedergli, Habibie aveva promesso democrazia e un ambizioso piano di riforme economiche e sociali, ma le prigioni restavano chiuse e i militari continuavano ad avere in mano il paese. Finalmente, il 5 luglio del dopo due anni di carcere durissimo, Dita Sari venne inaspettatamente scarcerata.

Conferenze stampa, interviste, riunioni e conferenze. E fermi di polizia nel corso delle dimostrazioni, per fortuna senza conseguenze perché il regime, nel deve mostrare al mondo che la transizione avvenuta, che la democrazia ormai un fatto compiuto. Appena fuori, Dita che nel frattempo stata nominata presidente del sindacato per dissuadere i militari dal farla sparire nel nulla torna a immergersi nell politica e sindacale approfittando delle nuove aperture. E non soltanto il regime indonesiano ad aver bisogno di rifarsi il trucco: i prestigiosi marchi che utilizzano le maquilladoras sono spaventati dalle campagne internazionali che denunciano il feroce sfruttamento di donne e bambini. Per recuperare sul danno d si tenta ogni sorta di operazione promozionale, come quella che vede la nota firma di scarpe sportive Reebok conferire a Dita il suo Human Rights Award, prestigioso riconoscimento che viene assegnato insieme a 50 mila dollari a coloro che si distinguono nell a favore dei diritti umani. Chi meglio di una giovane sindacalista appena uscita di prigione?

Dita Sari ringrazia sponsor e testimonial famosi Sting, Robert Redford e Desmond Tutu, solo per citarne alcuni ma rifiuta, con grazia e determinazione. E con una dichiarazione che viene subito messa in rete: Questo premio certamente un riconoscimento importante per la lotta e per il duro lavoro che abbiamo fatto, e i soldi potrebbero essere ben spesi dalla mia organizzazione scrive la sindacalista nel comunicato ufficiale. D parte siamo ben consapevoli delle condizioni in cui sono tenuti i lavoratori della Reebok nel terzo mondo, in Indonesia, in Messico, in Cina, in Thailandia, in Brasile e in Vietnam. Vengono pagati un dollaro, un dollaro e mezzo al giorno. Vivono in baraccopoli insalubri, dove i bambini si ammalano e muoiono mentre la Reebok accumula incredibili profitti. Quando, nel 1995, ho organizzato uno sciopero nella fabbrica di Indoshoes Inti Industries (una subappaltatrice della Reebok ndr) ho visto con i miei occhi come la compagnia tratta i lavoratori, e come usa la polizia per reprimere gli scioperi. Poche eloquenti parole,
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sufficienti a trasformare la mossa promozionale in un vero e proprio boomerang.

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